Quando la borsa è in mano ai computer
Un tempo il mercato azionario era una bolgia di broker che compravano e vendevano per conto dei clienti nel parterre delle borse di tutto il mondo.
Oggi invece è interessante sapere che l’uomo da solo, con il metodo tradizionale del telefono, produce appena il 24% degli scambi azionari. Per tutto il resto serve il computer. Infatti in circa 20 anni a Wall Street sarebbe praticamente scomparso il genere umano.
Aite group ha stimato che il 53% dei volumi di borsa sono realizzati autonomamente dalle macchine e dai loro sofisticati algoritmi. E questo da un lato è un bene perché ha reso il mercato più efficiente di un tempo. Ma, potenzialmente, è anche un pericolo, infatti le autorità dovrebbero regolamentare il trading elettronico e algoritmico, altrimenti il rischio è che le macchine causino effetti domino sui mercati.
Il rischio in questione ha un nome, si chiama “flash crash”, così come si è già presentato agli occhi increduli degli operatori di borsa nel maggio 2010.
Il 6 maggio 2010, infatti, c’è stato un crollo del mercato azionario negli Stati Uniti in cui il Dow Jones ha perso circa 600 punti nel giro di pochi minuti e recuperando quelle perdite in modo altrettanto veloce. E ‘stato il più grande ribasso (998,5 punti, su base intraday nella storia del Dow Jones. Il motivo non è stato ancora chiarito ma hanno avuto sicuramente colpa i cosiddetti trading algoritmici effettuati dai computer, di quelli high frequency (capaci di movimentare montagne di soli per speculare sulla velocità di compravendita e le inefficienze del mercato) e della framentazione dei mercati.
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